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dic 20
2010
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Ho accolto con piacere la notizia della liberazione - su cauzione - di Julian Assange, portavoce di Wikileaks, il nuovo strumento di comunicazione che sta travolgendo le relazioni diplomatiche tra i Paesi del mondo. Siamo di fronte ad una nuova rivoluzione e come tutte le rivoluzioni non sappiamo dove porterà.
L'arresto di Julian Assange a Londra è stato motivato da un mandato di arresto europeo della Svezia che lo accusa di stupro per aver avuto rapporti consensuali con due donne ma senza usare il preservativo. Nel Paese scandinavo, a quanto pare, ciò è vietato. Assange parla di un complotto ai suoi danni. In genere non sono "complottista", non credo alle dietrologie. Stavolta faccio un'eccezione. La vicenda puzza.
Non è l'uomo ma lo strumento, Wikileaks, che non mi convince. Non mi sembra fare un'operazione planetaria di informazione questo immane lavoro di mettere a nudo le relazioni diplomatiche, o meglio ciò che dicono, pensano e scrivono ambasciatori ed incaricati di affari degli Stati Uniti. Perché siamo sempre di fronte ad un punto di vista. Che è di parte, deve essere rispondente agli interessi generali di chi lo emette. E può essere sbagliato. E molte volte certamente lo è.
La diplomazia è necessaria. Le relazioni tra i leader sono relazioni tra Stati. Relazioni tra Stati sovrani che passano attraverso degli uomini. Non è il giudizio sugli uomini che deve condizionare le relazioni tra Stati. E' allora fuorviante mettere a nudo la diplomazia, una "maschera" che garantisce i rapporti tra Nazioni e che lascia alle veline ("cablogrammi") i giudizi sugli uomini e su chi le rappresenta.



