Più volte annunciata, è arrivata l'influenza A H1N1. Una pandemia perché si diffonde in tutto il mondo. Ciclicamente una pandemia si presenta ogni 20 anni circa. Il ceppo H1N1 si presentò agli inizi del secolo scorso (era denominata "spagnola" andando ad infierire su una popolazione già messa in ginocchio dalla Grande Guerra) o subito dopo la seconda guerra mondiale.
E' un'influenza cattiva perché più letale rispetto a quella stagionale annuale.
Ma più cattivi del virus sono la confusione ed il disorientamento che si sta scatenando nell'opinione pubblica. Alimentati non dalla gente bensì da quanti sono tenuti a rassicurare tutti noi dandoci messaggi cristallini ed univoci. Così, mentre le istituzioni e le autorità sanitarie invitano alla vaccinazione, espliciti inviti a non fare la vaccinazione arrivano dai pediatri e dai medici che dubitano dell'efficacia del vaccino o che sono perplessi per i tempi rapidi con cui è stato realizzato in laboratorio.
Nemmeno l'informazione, stavolta incolpevole, riesce a soddisfare la domanda che arriva dalle persone a cui arrivano messaggi contrastanti per cui alla fine la decisione devono prenderla in proprio. Magari facendosi "influenzare" dai cattivi consigli.
L'istanza della cittadina è legittima perché si richiama alla laicità dello Stato, per cui la scuola non deve essere "confessionale".
Ma perché vietare, rimuovere, togliere il crocifisso? Non è meglio sancire che, qualora lo si voglia, si possano aggiungere anche i simboli di altre religioni?
Ho postato su Facebook un editoriale scritto dal direttore del Corriere della Sera, Ferruccio De Bortoli, e c'è stato un piccolo dibattito. Ho scritto a De Bortoli, ricevendo gentile risposta, che condivido il suo editoriale perché sono "parole sacrosante" visto che in Italia si ha l'impressione di essere sempre in guerra e che poco si parla dei veri problemi.
Spiego brevemente l'antefatto. Vale a dire che in una conferenza stampa il presidente del Consiglio Berlusconi ha parlato del "Corriere" come un "foglio di sinistra". De Bortoli ha risposto in maniera a mio avviso esemplare (non sono dello stesso avviso altre firme del giornalismo come Eugenio Scalfari e Marco Travaglio che hanno scritto i loro editoriali, facilmente reperibili su internet). Il punto vero della discussione riguarda il ruolo di un giornale: dove inizia e dove finisce. Per De Bortoli non ci sono dubbi: dare tutte le notizie, essere al servizio dei lettori dando i fatti e non opinioni mascherate. E' una verità incontestabile che oggi, su molti media, le notizie (pro o contro Berlusconi e il governo) si pubblicano o si enfatizzano solo se sono funzionali alla propria tesi e si nascondono in caso contrario.
Ecco l'articolo. Se ne può discutere, sperando - come già avvenuto su questo Spazio Blog - senza processi a nessuno e senza nessuna presunzione di superiorità intellettuale.
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Ecco l'articolo.
Le critiche al Corriere. Una risposta
Non sappiamo che cos'abbia spinto il premier a criticare ieri il Corriere . Non gli piaceva il fondo di Ernesto Galli della Loggia che pur stigmatizzando (e ci mancherebbe...) le espressioni da lui usate contro il presidente della Repubblica, riconosceva una serie di meriti all'azione del governo? Non credo. Non gli andava il corsivo di Pierluigi Battista che smentiva la vulgata di sinistra dell'esistenza di un regime con la sua impronta? Impensabile.
Forse abbiamo un unico grande torto. Siamo un giornale che ragiona con la propria testa, lungo il solco liberale della sua tradizione. Un quotidiano che si ostina a coltivare la propria indipendenza. Abbiamo rispetto del ruolo politico e sociale del Cavaliere, e più volte su queste colonne lo abbiamo sottolineato. Ma ne critichiamo gli eccessi. Nello stesso tempo difendiamo i valori costituzionali e gli insostituibili ruoli di garanzia di alcune sue istituzioni. Ci sforziamo di trovare, nel dibattito quotidiano, più le ragioni per unire questo Paese, anziché dividerlo, più i motivi per sostenerlo anziché colpirlo.
Il Corriere non veste alcuna divisa e non indossa nessun elmetto. Si è ben guardato, in questi mesi, dall'assecondare la campagna scatenata contro il premier, con vasta eco all'estero, dai suoi nemici, politici ed editoriali, e da tutti quelli che hanno ridotto l'opposizione allo sguardo insistito nella sua vita privata. Dimenticando tutto il resto. Come se non esistesse più un governo che va giudicato dagli atti concreti, quelli che servono al Paese in una delle crisi sociali ed economiche più acute. Tutti quelli che lavorano onestamente, dalla mattina alla sera, cittadini, lavoratori, professionisti e imprenditori, non possono che soffrire e nutrire un profondo senso di ingiustizia nel vedere l'immagine internazionale del nostro Paese messa così ingiustamente alla berlina.
Certo le notizie non le abbiamo mai nascoste. Mai. Ma neanche strumentalizzate e piegate alle esigenze di parte, come accade in quasi tutto il panorama editoriale. I fatti ormai non sono più separati dalle opinioni, sono al servizio delle opinioni. Le inchieste di Bari sono state rivelate dal Corriere . Abbiamo informato, correttamente, senza mistificare la realtà com'è prassi quotidiana sulla stampa e sul video. Ma non abbiamo mai partecipato alla guerra civile mediatica che si è scatenata subito dopo. Per rispetto dei lettori, innanzitutto, che non vanno assoldati e iscritti d'ufficio a un partito o all'altro.
Il Corriere ha ospitato tutte le opinioni, nel solco della sua migliore tradizione. Ha elogiato il governo quando se lo meritava. Non poche volte. Lo ha criticato quando a nostro giudizio sbagliava. E' successo, e in forma anche più dura, con i governi di centrosinistra. Ha praticato e difeso una libertà di stampa responsabile. Le querele ai giornali sono legittime, per carità, ma costituiscono spesso un errore, a mio personale giudizio, se vengono da chi ha alti incarichi istituzionali e di governo. Chi scrive ne ha collezionate, tra querele e cause civili, ben 180. E nei giorni scorsi ha perso in appello contro gli avvocati del premier Ghedini e Pecorella. Dunque, avevano ragione loro a sentirsi diffamati da un mio scritto del 2002. La sentenza è chiara e la accetto, senza pormi il problema se il giudice fosse di destra o di sinistra e senza cambiare idea rispetto a quello che ho scritto. Sbaglierò, ma non ho mai pensato minimamente che per difendere la mia libertà d'espressione fosse necessario scendere in piazza. Il Corriere è un giornale liberale e moderato, una delle istituzioni di garanzia di questo Paese. Non vuole partecipare allo scontro fra due fazioni, in un'Italia ridotta a una desolante arena nella quale si sta perdendo, insieme allo stile e al decoro, anche un po' il lume della ragione. Vuole occuparsi dei problemi reali del Paese, informando correttamente i cittadini, rappresentando al meglio «quell'Italia che ce la fa», che lavora, produce, esporta, studia. Un grande Paese che non merita giudizi sommari. Senza muoverci di un millimetro da quello che consideriamo un nostro dovere verso i lettori
Dopo la bocciatura del lodo-Alfano, Berlusconi ha riproposto il complotto del "concerto di sinistra" in tutte le articolazioni dello Stato e della libera stampa, tirando in ballo anche il Capo dello Stato che, sì, è di scuola politica comunista, d'accordo, ma il lodo l'ha firmato come pure ha fatto con lo scudo fiscale.
Dall'altra parte c'è invece chi sostiene che in Italia viga un regime berlusconiano che fa leva sull'informazione ed in special modo sulle televisioni. E guardacaso lo può dire anche sui giornali e sulle tv.
Politicamente, è esercizio quotidiano tenere insieme anche realtà contraddittorie. Valgono entrambe.
Algebricamente, sono due "verità" di segno contrapposto e di pari tenore (regime è uno e regime è l'altro). E quindi si elidono.
Patrizia D'Addario è stata accolta al Festival del Cinema di Venezia come una diva. Flash dei fotografi e autografi. Immagino la sua gioia e la sua emozione che le si leggono sul volto sorridente e felice.
Lido di Venezia, Festival del Cinema, fotografi, autografi. Ma qualcosa non mi torna. Ha fatto qualche film?
Non sono un "papalino" né un "baciapile" o affini.
Ho sempre pensato, però, che la Chiesa ha il diritto di parlare senza che questa prerogativa sia da ritenersi un'ingerenza. Perciò condivido questo editoriale di "Famiglia Cristiana" di oggi, 2 settembre 2009.
LA LOGICA DEL VANGELO NON AMMETTE RETICENZE «È diritto della Chiesa dare il proprio giudizio morale anche su cose che riguardano l'ordine politico, quando ciò sia richiesto dai diritti fondamentali della persona e dalla salvezza delle anime» (Gaudium et spes, 76).
Nell'Italia d'oggi, molti sembrano rimpiangere la "Chiesa del silenzio". Sono coloro che ogni volta che vescovi, parroci o mass media cattolici fanno sentire la loro voce, parlano di "indebite ingerenze", minacciano ricatti e ritorsioni, brandendo l'otto per mille o il Concordato come cappio al collo di una Chiesa che si vorrebbe reticente o in ostaggio. O, ancor peggio, lanciano pesanti intimidazioni (o avvertimenti), com'è avvenuto per Dino Boffo, direttore di Avvenire, cui va la nostra solidarietà per il "grave e disgustoso" attacco subìto per aver osato criticare scelte del Governo.
Se la Chiesa interviene per difendere la vita, minacciata da aborto, eutanasia, manipolazioni genetiche, o la famiglia fondata sul matrimonio, la "Chiesa del silenzio" viene invocata dai radicali e dalla sinistra. Se, al contrario, difende la dignità degli immigrati, allora è la Lega a volere il silenziatore. Stupisce, da una parte e dall'altra, l'invito alla Chiesa e ai suoi rappresentanti a non occuparsi di ciò che succede nel Paese e badare solo a "ciò che le compete". Come se la difesa della dignità di ogni vita umana (dal bambino condannato a non nascere allo straniero inghiottito nel mare oltre che nell'indifferenza generale) non fosse di sua competenza.
«Le nostre società cosiddette civili, in realtà hanno sviluppato sentimenti di rifiuto dello straniero, originati non solo da una non conoscenza dell'altro, ma anche da un senso di egoismo per cui non si vuole condividere con lo straniero ciò che si ha. Purtroppo, i numeri continuano a crescere: secondo le ultime statistiche, dal 1988 a oggi il numero di potenziali migranti naufragati o vittime alle frontiere dell'Europa ha contato oltre 14.660 morti». Solo per averlo ricordato, il presidente del Pontificio consiglio per i migranti, monsignor Antonio Maria Vegliò, è finto nell'occhio del ciclone e delle polemiche.Ma c'è anche chi (e siamo davvero all'assurdo), come un presidente emerito della Repubblica, giunge a ipotizzare un controllo «sulle dichiarazioni di responsabili della Curia, degli organi della Cei, dei vescovi italiani e degli organi di stampa della stessa Conferenza episcopale, delle singole diocesi o di istituti religiosi, quale ad esempio Famiglia Cristiana». Il tutto in nome di quel Concordato che, nella versione aggiornata del 1984, all'articolo 2, per la verità dice ben altro: «È garantita ai cattolici e alle loro associazioni e organizzazioni la piena libertà di riunione e di manifestazione del pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione».Che è poi quello che ribadisce il concilio Vaticano II: «Sempre e dovunque, e con vera libertà, è diritto della Chiesa predicare la fede e insegnare la propria dottrina sociale, esercitare senza ostacoli la propria missione tra gli uomini e dare il proprio giudizio morale, anche su cose che riguardano l'ordine politico, quando ciò sia richiesto dai diritti fondamentali della persona e dalla salvezza delle anime» (Gaudium et spes, 76).
A chi sostiene che compito della Chiesa è la carità, quello dei governanti far rispettare le leggi, ricordiamo che dovere dei cristiani è denunciare come ingiuste le conseguenze di leggi che violano l'uguaglianza e i diritti fondamentali di ogni uomo. La logica del Vangelo non ammette silenzi. La reticenza può salvare equilibri politici, ma non tacitare la coscienza. Sì a compromessi realistici, ma non al prezzo della dignità.
Dopo la morte di Michael Jackson è seguita su tutte le tv del mondo la riproposizione dei suoi video musicali. A rivederli sembra essere passato uno tsunami.
Si parla di musica e soprattutto della trasformazione della società e dei modi di utilizzo dei mezzi di comunicazione. La televisione musicale Mtv scelse per il suo lancio la nota canzone "Video killed the radio star". Il video, quindi la televisione, soppiantava la radio nell'industria musicale. Proprio Michael Jackson o Madonna ed altre pop star sono stati i migliori interpreti di quella fase in cui i video erano degli strumenti per vendere dischi o per consacrare le star. Costavano tantissimo, erano dei film in miniatura. "Thriller", girato da John Landis, costò mezzo milione di dollari ed a rivederlo oggi è effettivamente irraggiungibile nelle sue altezze di qualità artistica. "Bad", girato da Martin Scorsese, costò due milioni di dollari.
Oggi l'industria ha cambiato passo. Non spende più queste cifre per i video perché tutto si sta spostando su internet. I video non sono più a misura di schermo televisivo ma di schermo di monitor. Quindi realizzazioni molto meno costose ma "tagliate" sull'artista, magari per far risaltare di più le emozioni.
Per questo si può tranquillamente affermare che "Internet ha ucciso le star del video". Ma fino a quando? L'evoluzione tecnologica è così rapida che probabilmente fra 5 anni o giù di lì staremo ad osservare un altro fenomeno. I video musicali fatti non più per il monitor ma per il touch screen del telefonino. Perché la tecnologia si sta spostando tutta sui cellulari.
Il mondo sta andando troppo veloce. Tutta questa trasformazione è fortemente stimolante. Ma qualche volta vorrei scendere...
Molti, ma non tutti, sanno che il 21 ed il 22 giugno si vota per il referendum.
Pochi sanno che sono tre quesiti.
Ancora meno sanno cosa riguardano.
In poche parole, i quesiti riguardano la modifica della legge elettorale in modo da favorire un bipartitismo. Attenzione, è cosa diversa dal bipolarismo. Con il bipartitismo si avrebbero soltanto due partiti, come ad esempio negli Stati Uniti (Democratici e Repubblicani). Oggi in Italia c'è un bipolarismo imperfetto. Dovrebbero esserci due coalizioni, invece ci sono due partiti principali ed una miriade di altri partiti, piccoli o microscopici.
Il voto del 6 e del 7 giugno, che ha premiato la Lega e l'Italia dei valori, ha in pratica detto che gli italiani non vogliono due poli, figurarsi se vogliono due soli maxi-partiti.
Eppure, sono dell'idea che sia arrivato il momento di osare. Provare un sistema nuovo. Che ci faccia uscire da una frammentazione per cui in un'elezione provinciale si devono vedere 22 liste con altrettanti candidati, magari a pestarsi i piedi tra loro per prendere i voti dagli stessi bacini elettorali di riferimento. E che si deve votare su una scheda che è un lenzuolo (avete fatto caso alla differenza tra la scheda gialla e quella arancione delle Europee?).
Non so se il quorum sarà raggiunto. Ma perlomeno si potrà parlare di dare finalmente la spallata all'attuale legge elettorale che non consente di "eleggere" i parlamentari italiani che sono invece "nominati" dalle segreterie dei partiti e di fatto "ratificati" dal popolo.
Proviamo a cambiare. Chissà...
Andrò a votare. Tre sì.
Onofrio Bruno
P.S. Per una conoscenza approfondita dei quesiti consultate il sito del Comitato organizzatore: http://www.referendumelettorale.org/ . Ovviamente il dibattito è aperto. Si possono segnalare siti internet o comitati che la pensano diversamente.
L'altro giorno il "The Times" di Londra ha dedicato un fondo molto duro contro il presidente del Consiglio italiano, Silvio Berlusconi, "Cade la maschera del clown". Tutto imperniato sui presunti scandali legati alla vita privata del premier e finora in verità più fumo che sostanza.
Ho lasciato un commento tra tanti altri. Questo:
First of all, I don't see television.
Too many prejudgments on Mr Berlusconi. Yes, his private life is "public matter" but in some Italian and foreign press it appears the most important. In Italy no "banlieu" took fire; no banks nationalized; UE don't help for immigration. Let's talk about.
Ho premesso che non guardo la televisione. Mi informo su internet, incrociando le diverse fonti e confrontando gli opposti punti di vista. Mi faccio una mia idea.
Ora, che la stampa estera abbia un giudizio negativo di Berlusconi (secondo l'Economist "unfit", cioè inadatto a guidare l'Italia), è un'opinione legittima. La stampa è libera di esprimersi. Ma che questa opinione legittima stia diventando un tamburo battente non mi sembra più lo stesso.
C'è nel giudizio nei confronti di Berlusconi una visione fortemente piena di pregiudizi nei confronti degli italiani. Spiego perché. La maggioranza degli italiani vota Berlusconi. La stampa estera (ma anche moltissimi in Italia) non ha dubbi: lo fa perché è inebetita dalle tv. Per inciso, che lo dica poi il "Times", che è di proprietà del magnate concorrente Murdoch, vale a dire un Berlusconi al cubo per potenza di mezzi di comunicazione planetari, diventa allora una barzelletta.
Penso che tanti Italiani votino Berlusconi perché non ci siano altri leader su cui fare affidamento. E' colui che meglio interpreta la crisi dei partiti e "legge" il cambiamento della società, piaccia o non piaccia il cambiamento c'è. Basti vedere oggi una campagna elettorale: un pullulare di comitati elettorali personali e davvero poche sedi vere di partito. Del resto Berlusconi le televisioni le aveva anche quando le elezioni le ha perse, non più tardi del 2006.
E allora nel mio commento, breve per ragioni di spazio, mi limitavo a dire che è vero che la vita privata del premier è anche una "materia pubblica" ma che non è certamente la più rilevante. Ci sono temi su cui la stampa estera più critica (inglese e tedesca) può meglio centrare i problemi. Come sull'immigrazione clandestina. Nessuno ne parla. Eppure si vota per il Parlamento europeo. Eppure è una questione molto seria per l'Italia che maggiormente la avverte. E la Unione europea l'ha lasciata sola l'Italia nell'affrontarla. Troppo comodo attaccare allora sulle politiche che il governo sta attuando. Quali alternative propone l'Unione europea?
Ripeto. Il pregiudizio verso Berlusconi in realtà è verso gli italiani. Noialtri accentuiamo questa visione critica perché gli italiani in genere non vogliono bene a se stessi. Sebbene, rispetto a quanto visto nel vecchio Continente, dalle periferie francesi messe a ferro e fuoco, dalla protesta dei lavoratori britannici per non far entrare lavoratori italiani fino alle ripercussioni della crisi che al momento scuote tutto il mondo ma principalmente gli Usa e la stessa Gran Bretagna (mentre in Italia nessuna banca è stata nazionalizzata), probabilmente questa visione dovrebbe essere molto meno pessimista.
Onofrio Bruno
P.S. Postilla per i più distratti: in questo post non ho parlato di Berlusconi ma degli Italiani.
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